Lettura di
Lorella Coloni
Docente DAC FIAF
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Non è morto ciò che in eterno può attendere
e col volgere di strani eoni, anche la morte può morire
Howard Phillips Lovecraft, "Il richiamo di Cthulhu"
Un drappo scuro, tenue sipario di un'impalcatura, strappato e trattenuto da rami spogli, introduce il portfolio "Seconda morte" di Federico Wilhelm. Attraverso i passi dell'autore, solitario e partecipe testimone, ci addentriamo in un cimitero desolato, a prima vista preda dell'incuria dell'uomo, dell'abbandono dovuto alla frenesia di approntare nuove e più agevoli sistemazioni, o forse in attesa di un'opera di restauro che tarda a compiersi.
Una foglia, missiva dell'implacabile ruota degli elementi, preannuncia la riscossa della natura: all'iconografia rituale che testimonia e celebra la potenza dello spirito sulla caducità della carne, il tempo ha impresso infatti i suoi marchi: tra tombe dissestate e fiori recisi la cattiva stagione ha steso il suo sudario di ghiaccio e grigiori uggiosi.
Le statue "assediate" emanano quell'aura tormentata vicina all'espressionismo tedesco e alla Secessione austriaca, movimenti che più di altri hanno colto l'osmosi tra le pulsioni della vita e la morte: intrecci di rovi velano la cruda rugosità di volti dagli occhi immoti, incorniciano l'autorevole sguardo del patriarca e la remissiva dolcezza dell'ava. Inestricabili trine avvolgono una Ofelia dalle braccia spalancate per accogliere un inevitabile fato, mentre concrezioni vegetali sottolineano il pathos di una mano protesa.
Le steli si aprono come quinte teatrali su una desolata successione di sepolture, su di esse i pochi caratteri lapidari scampati all'assedio delle intemperie rimangono come irrisolti cruciverba sulla superficie levigata dei marmi.
Le riprese in bianco e nero conferiscono alle immagini una particolare forza; in esse è evidente il coinvolgimento dell'autore, già contenuto nel monito della prima immagine: "Il tempo non cancelli, la memoria non dimentichi"; ma nel suo lavoro percepiamo anche l'amara ironia con cui sottolinea l'equivalenza formale del ridondante sarcofago bombato e del cassonetto dell'immondizia: con una cocente metafora della nostra vorace società, sembra suggerirci che, di tutte le cose, non rimarrà che un guscio vuoto.
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