© Eredi Ugo Mulas
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A cura di Alberto Moioli
L'esposizione fotografica dedicata all'opera americana di Ugo Mulas di questi giorni è senza dubbio un evento di grande richiamo anche se penalizzata dal breve periodo d'apertura.

La mostra ha principalmente due motivi per i quali assume enorme valore, prima di tutto la lunga assenza di mostre dell'artista lombardo e poi la valenza dell'opera riferita ad un particolare momento idilliaco della creatività di Ugo Mulas.

A trent'anni di distanza dalla prematura scomparsa dell'artista torna una di quelle esposizioni che permettono all'attento osservatore di riflettere sul ruolo della fotografia rapportata al mondo dell'arte, tema centrale dell'intera opera di Mulas. Artista attento e riflessivo ha svolto un ruolo di primaria importanza nella storia della fotografia permettendo significative riflessioni che sono state oggetto di esasperate evoluzioni dialettiche coinvolgendo la maggior parte dei critici. Attraverso le intuizioni di Mulas sono scaturiti dibattiti allargati all'intermo mondo dell'arte, Già nel '73 affermava: "Al fotografo il compito di individuare la sua realtà, alla macchina quello di registrarla nella sua totalità. Due operazioni strettamente connesse ma anche distinte, che, curiosamente, richiamano nella pratica certe operazioni messe punto da alcuni artisti degli anni venti" con chiaro riferimento ai "ready made" di Duchamp e ponendo la fotografia al di fuori dal perennemente dibattuto confronto parallelo con la pittura.

Ecco quello che rappresenta principalmente l'opera milanese proposta dalla Galleria Fnac, essa offre lo spunto essenziale per riscoprire uno dei fotografi più rappresentativi dell'arte fotografica italiana del secolo. Ogni mossa artistica di Mulas rappresenta un solenne momento volto a comunicare concetti profondi come ha dimostrato con il contestatissimo ultimo lavoro titolato "le verifiche", in cui sono esaltate le cosiddette "concettualità" fotografiche, quali l'indipendenza operativa della macchina intesa come attrezzo, la manipolazione temporale, lo scarto visivo producibile attraverso un espediente tecnico e l'intuizione fotografica intesa come traccia.

L'esposizione milanese attuale riprende il lavoro dedicato agli artisti statunitensi negli anni '60 realizzando un ritratto completo di una generazione mitica nello stesso istante in cui è intento a "creare". L'importanza del gesto come metafora di un'intera categoria sociale.

Nel '90 un altro grande della fotografia italiana, Ferdinando Scianna, dalle autorevoli pagine di Photo Italia commentava la mostra immensa (oltre 400 immagini) , autentico tributo a Mulas, esaltandone la forza espressiva proprio degli scatti del periodo del soggiorno americano con queste sagge parole; "In questa serie di immagini si riconosce la peculiarità del suo sguardo……..Gli scatti sull'ambiente e i protagonisti dell'arte sono diverse, testimoniano un ardente desiderio di utilizzare il proprio strumento per capire, tradurre in fotografia, un'avventura estetica e un clima esistenziale ai quali si sente la voglia di partecipare, appartenere, in barba a tutti gli intenti, le dichiarazioni di testimonianza neutrale."

"(…) Io non volevo essere testimone, - affermava Mulas nell'introduzione del volume del '73 - volevo accettare quante più cose possibile, ma non riuscivo a spiegarlo. Era chiaro che dentro di me c'era una preparazione o una impreparazione, c'era una storia cioè, per cui, alla fine, contro la mia stessa volontà, nella fotografia, saltava fuori il mio punto di vista. Ma non sapevo che l'essere consapevoli di questo fatto vuole anche dire avere un atteggiamento diverso nel momento della ripresa, nel momento della scelta di che cosa e di come fotografare. Oggi, mi rendo conto che le fotografie scattate in America sono una presa di coscienza e non una registrazione, una presa di coscienza come lo è qualsiasi autentica operazione conoscitiva."

Ugo Mulas appare come uno dei testimoni fondamentali della nascita del polo fotografico cultuale della Milano degli anni cinquanta che si ritrovava nel mitico Bar Giamaica in Brera. Uno di quei luoghi che stimolarono presto la nascita della storica Galleria Il Diaframma, in cui lo stesso Ugo Mulas espose ed intrattenne interessati dibattiti grazie alla geniale gestione di Lanfranco Colombo.

Singolare l'immagine dedicata a Marcel Duchamp realizzata poco prima della sua scomparsa, in cui posa davanti ad una scultura di Brancusi.
La mostra di fotografie di Ugo Mulas è stata prorogata, per il grande successo di pubblico, fino al 14 maggio 2003.

Ugo Mulas a New York. Pop Art 1964-1965
Fotografie di Ugo Mulas
Galleria FNAC Milano - Via Torino, ang. Via della Palla
Dal 7 Aprile al 14 Maggio
Orari dal Lunedì al Sabato dalle 9.00 alle 20.00
Domenica dalle 10.00 alle 20.00
Ugo Mulas - Biografia

1928 Nasce il 28 agosto a Pozzolengo, vicino a Desenzano del Garda (Brescia). Studi e maturità classica a Desenzano.

1948-52 A Milano, si iscrive agli studi di giurisprudenza, ma li abbandona prima della laurea per seguire dei corsi all'Accademia delle Belle Arti di Brera. Frequenta il bar Giamaica, in via Brera, luogo di incontro di artisti ed intellettuali. Comincia a interessarsi di fotografia.

1954-58 Inizia la sua attività professionale di fotografo, in collaborazione con l'amico giornalista e fotografo Mario Pondero, allA Biennale di Venezia. Fotografa in questo periodo le bidonvilles, la stazione e i sobborghi di Milano. Si guadagna da vivere realizzando fotografie di pubblicità, di moda, di reportage, per diverse riviste e giornali, ma il suo interesse principale è per il mondo dell'arte. Fotografa fino al 1972 la Biennale di Venezia, cogliendone i più importanti avvenimenti, come l'assegnazione del Premio ad Alberto Giacometti nel 1962, il successo degli artisti americani nel 1964. Inizia la sua collaborazione con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano.

1960 Compie numerosi reportages in Europa per l'Illustrazione Italiana con Giorgio Zampa, per Settimo Giorno, per la Rivista Pirelli, per Novità (Vogue), Domus, Du. Collabora con gli uffici pubblicitari della Pirelli e della Olivetti.

1962-64 Fotografie della mostra all'aperto di scultura a Spoleto (1962).
David Smith nel suo atelier a Voltri (1962), Alexander Calder a Spoleto e a Saché in Touraine nel 1962, e nel 1964 nel suo atelier a Roxbury nel Massachusetts.
Fotografie per le poesie di Eugenio Montale "Ossi di Seppia".
Incontra Alan Solomon, Leo Castelli, e numerosi artisti americani alla Biennale del 1964.
Viaggi a New York nel 1964, nel 1965 e nel 1967, anni in cui realizza una documentazione eccezionale della scena artistica newyorchese.
Dalla collaborazione, Giorgio Strehler e Ugo Mulas danno inizio ad un modello di fotografia del teatro secondo i principi brechtiani dello straniamento. La messa in scena di "La vita di Galileo" nel 1964 ne è una testimonianza.

1969 Fotografie per le scenografie dell'opera di Benjamin Britten "The turn of the screw" (Giro di vite), dal romanzo di Haenry James, per la regia di Puecher alla Piccola Scala di Milano (1969) e per l'opera di Alban Berg " Woyzeck", dal dramma di Georg Büchner, regia di Puecher, al Teatro Comunale di Bologna.

1970-72 Si ammala gravemente. Inizia la serie di fotografie "Le verifiche".

1973 Muore il 2 marzo a Milano.
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